Maratea 25/27 settembre 2015 4ª edizione

martedì 22 settembre

Dopo un anno di pausa, riparte venerdì 25 settembre la summer school Mediterraneo, identità e alterità dell'Europa, arrivata così alla 4a edizione. Il programma si estende per tre giorni.

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Modulo I: "L'incertezza del politico: nuove categorie interpretative"

Roberto ESPOSITO, Istituto Italiano di Scienze Umane di Napoli e di Firenze
Vita biologica e vita politica
Il seminario tratterà del rapporto tra la categoria di 'vita' e quella di 'politica'. Tenute per un lungo periodo separate, e a volte anche contrapposte (ancora da Hannah Arendt, sulla scorta dei greci), ad un certo punto, tra fine '700 e inizi '800, anche in concomitanza con la nascia della scienza biologica, esse si avvicinano fino a sovrapporsi. Di questa sovrapposizione metterò in luce gli elementi negativi, addirittura mortiferi nel nazismo, ma anche i potenziali elementi positivi in quella che può dirsi, in modo non ancora ben determinato, una 'biopolitica affermativa'.

Dario GENTILI, Università degli Studi di Roma Tre
L'origine del conflitto: il pensiero di Roberto Esposito
L'intervento intende interrogare il pensiero di Roberto Esposito – dai testi sull'impolitico a quelli sulla biopolitica fino alla più recente critica della "macchina della teologia politica" – a partire dall'idea di una originarietà del conflitto e della sua immanente inerenza alla politica – e a quel "comune" che lui pone appunto come origine ontologica dell'animale umano. Esposito, infatti, si pone esplicitamente su quella linea "italiana" che da Machiavelli in poi individua nel conflitto l'elemento costituente della politica, mentre definisce i dispositivi messi in opera dal "politico moderno" – oggi agiti in particolare dall'economia – come tentativi di neutralizzazione del carattere essenzialmente conflittuale della politica.
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Crisi come arte di governo biopolitico
Una variegata e accreditata tradizione – che spazia dalla scienza politica, alla filosofia, alla medicina, all'economia, alla psicanalisi – stringe in un nodo, divenuto nella modernità quasi inestricabile, i concetti di crisi e di conflitto. Mia intenzione è definire e analizzare il cosiddetto "dispositivo della crisi", a partire dalla antica concezione greca della krisis in ambito politico e medico. Sulla scorta della genealogia biopolitica della crisi, sostengo che la diffusione e la pervasività del termine "crisi" non sono affatto indici di "vaghezza" semantica, come afferma Koselleck, ma denotano piuttosto la massima efficacia del suo dispositivo – efficacia evidente proprio oggi, quando la crisi è diventata l'arte di governo per eccellenza. La natura di ogni crisi configura una determinata concezione e pratica del conflitto e, di conseguenza, un determinato processo di soggettivazione politica. A differenza che in passato, il dispositivo della crisi oggi predominante, di natura biopolitica, presuppone l'assioma neoliberista che "non ci sono alternative" e tende pertanto a neutralizzare il conflitto e a marginalizzare nella precarietà le forme di vita che potrebbero esserne l'espressione costituente. È dunque possibile pensare il conflitto e i suoi progetti di soggettivazione svincolati dal dispositivo della crisi neoliberale?

Diego FUSARO, Università Vita-Salute S. Raffaele Milano
Per un comunitarismo cosmopolitico. Reagire alla globalizzazione
Riflettere sul concetto e sul ruolo della comunità è oggi tanto più importante quanto più si avvicina l'epoca della sua concreta dissoluzione. Di contro alla progressiva atomizzazione della realtà sociale, analizzare le svariate possibilità implicate dal nesso comunitario significa dare vita ad un reale esercizio critico, intenzionato a porre in questione le istanze che stanno ormai dominando sia l'impianto collettivo delle nostre società, sia i dibattiti culturali che lo sostanziano.
La comunità, pertanto, è oggi chiamata a svolgere il difficile ruolo di mediazione dialettica tra la singolarità individuale (morale) e l'universalità del comune (etica), dando voce e sostanza ad una reazione contro quella dilagante ed esasperata individualizzazione che investe ormai ogni forma di rapporto sociale.

Gian Enrico RUSCONI, Università di Torino
Cosa resta dell'Occidente
Il ruolo della Germania nell'Europa di oggi
«Oggi gli occidentali hanno la sindrome del "post" (post-democrazia, post-secolarismo, post-eroismo ). Sono epigoni di un Occidente la cui essenza è stata classicamente identificata nella "razionalità". Cosa rimane oggi di questa razionalità; che ne è della sua pretesa di rappresentare un modello universale per tutte le culture?
La brutalità della crisi in corso smentisce la (presunta) razionalità e ottimalità del sistema economico-finanziario esistente, produce mutazioni culturali e politiche che mettono in questione l'idea stessa di razionalità su cui si è costruita la civiltà dell'Occidente. Ne sono coinvolti non solo i presupposti normativi della democrazia, ma l'insieme dei cosiddetti "valori occidentali". Il corso riesamina i criteri della razionalità occidentale, ripercorrendone alcuni passaggi essenziali - dalla ridefinizione della "modernità" al confronto con le altre culture (in particolare quella islamica), dal dibattito sul post-secolarismo, la democrazia e la razionalità della fede alla elaborazione della scienza dell'uomo-natura, con riferimenti all'attualità e in particolare al ruolo della Germania nell'Europa di oggi. Soltanto affrontando criticamente questi problemi possiamo ricuperare quella razionalità senza la quale l'Occidente rischia di perdere se stesso». (Cosa resta dell'Occidente, Laterza 2012).

Clemens-Carl HÄRLE, Università degli Studi di Siena
Debito e colpa. A proposito del frammento benjaminiano "Capitalismo come religione"
Nell'importante frammento del 1921, tradotto recentemente in italiano, Benjamin rovescia la tesi weberiana che attribuiva lo sviluppo del capitalismo moderno alla "laicizzazione" dell'ascesi intramondana propugnata dal calvinismo e sostiene che il capitalismo, pur presentandosi come struttura sociale razionale, immanente e ateologica, è un "fenomeno essenzialmente religioso" perché serve "alla soddisfazione delle medesime ansie, sofferenze, inquietudini, cui un tempo davano risposte le cosiddette religioni". Il seminario si propone di esaminare i concetti di colpa e di debito che stanno al centro del discorso di Benjamin, confrontandoli con alcuni recenti lavori sulla struttura temporale dello scambio economico e sulla reciprocità tra credito e debito da cui scaturiscono quei fenomeni proto-religiosi messi a fuoco da Benjamin.
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L'incertezza del politico
L'intervento parte dal "presupposto" che non esiste qualcosa come una struttura ontologica o aprioristica del politico e che il suo campo, dai confini vaghi e indeterminati, è attraversato da una fondamentale incertezza che il pensiero politico ha sempre cercato di nascondere. Concetti come sovranità, nazione, emancipazione, progresso, partito, comunismo, razza ecc. sono stati "costruiti" o "inventati" a tale scopo. L'incertezza del politico viene a galla nel momento in cui sembra esaurita la capacità di realizzare, attraverso quei concetti, una sintesi tra prassi e tempo, e il fare politico tende ridursi alla gestione della crisi nata dalla de-sostanzializzazione del mondo economico-finanziario globale. È prevista l'analisi di due forme più specifiche in cui tale "incertezza" si manifesta in modo particolarmente pregnante: l'eterogeneità dei giochi linguistici con la quale gli uomini in quanto esseri parlanti devono misurarsi, e il concetto di azione, punto chiave del pensiero di H. Arendt, e in cui le "aporie" del politico appaiono con grande chiarezza.

Antonella MOSCATI, Cronopio Edizioni
Hannah Arendt: origine ed elementi di un pensiero politico
a due voci con Clemens-Carl HÄRLE
"La moderna questione ebraica nasce nell'illuminismo; è l'illuminismo, cioè il mondo non ebraico, che l'ha posta". È a partire di questo assioma che Hannah Arendt ha analizzato dal punto di vista filosofico, politico ed economico la nascita dell'antisemitismo moderno e le aporie dell'emancipazione e dell'assimilazione ebraica dal romanticismo fino alla presa del potere da parte di Hitler. Quest'analisi appassionata mette a fuoco le difficoltà degli ebrei d'Europa a costituirsi come soggetto politico di fronte alla minaccia nazista. Il seminario si propone di rileggere i concetti chiave del pensiero politico di Hannah Arendt alla luce della sua analisi della condizione ebraica.
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Vita attiva e pulsione di morte
Se, come sostiene Hannah Arendt in Che cos'è la politica?, la politica non può fare a meno di concetti come nascita, nuovo, libertà, e non deve mai misurarsi direttamente con la questione della morte né con l'alternativa vita/morte, come devono configurarsi la soggettività e l'azione politica in una società che sembra sempre più consacrata al godimento e alla pulsione di morte? Delineando un percorso fra filosofia e psicanalisi, il seminario si propone di mettere a confronto alcuni concetti politici di Hannah Arendt e le riflessioni di Freud sulla pulsione di morte.

Giacomo MARRAMAO, Università degli Studi Roma Tre
Passaggio ad Occidente
Giacomo Marramao è da sempre impegnato ad affrontare lo straordinario "mutamento di scala" che accompagna i fenomeni politici della nostra epoca e che richiede con forza una riconversione di concetti fondamentali come "identità/differenza", "contingenza/necessità", "locale/globale". Rispetto a diagnosi apparentemente antitetiche come quelle di Fukuyama (omologazione universale) e Huntington (conflitto delle civiltà), per Marramao è necessario demistificare due false opposizioni: Stato-mercato e Oriente-Occidente, giungendo così alla formulazione di una "politica universalistica della differenza". Dopo "Passaggio a Occidente", oggi l'esperimento teorico di Marramao è nella messa a fuoco dei punti d'intersezione tra le genealogie filosofiche e le diagnosi radicali del Potere, del Comando e della Legge fornite, in tempi e contesti diversi, da due grandi scrittori mitteleuropei come Elias Canetti (attraverso un confronto costante con l'opera di Kafka) e Herta Müller (lungo l'asse che collega la figura del Lager alle esperienze di sorveglianza, isolamento e derelizione esistenziale presenti nelle stesse democrazie). Scrive Marramao: "Per afferrare il senso delle trasformazioni del potere occorre andare alle radici: all'arché o al principio che l'ha originato come fattore transculturale e trans-storico comune a tutte le società umane. Il potere non può essere soppresso: ogni tentativo di 'superarlo' – sopprimendo questa o quella forma del suo esercizio – non ha finora fatto che potenziarlo. Il potere deve essere, invece, sradicato, sovvertito nella sua logica costitutiva: la logica dell'identità, innervata nell'illimitatezza del desiderio e nella doppia scena paranoica della paura e della morte dell'altro. Tracciare una linea di frattura e di opposizione al potere significa, nel cuore del nostro presente globale, spostare il focus sui soggetti e sulla loro potenza di metamorfosi/rigenerazione. Ma ciò è possibile solo staccandosi dal rumore dell'attualità e riprendendo il filo interrotto di opere solitarie ed estreme".

Biagio DE GIOVANNI, Università degli Studi di Napoli "L'Orientale"
Le democrazie di massa in Occidente: una possibile lettura della loro crisi
Le democrazie di massa in Occidente: una possibile lettura della loro crisi
La ricerca di Biagio De Giovanni, in questi ultimi anni, ha approfondito i temi/problemi della democrazia di massa. Nel saggio: "Alle origini della democrazia di massa. I filosofi e i giuristi", la sua riflessione ruota intorno al contrasto tra "dispotismo" e "democrazia". Quasi che il primo, rovesciando d'impeto le verità della seconda, le precipitasse nel loro esatto contrario. Il dispotismo «è un compagno che sta annidato nello stesso principio democratico», sempre quello, sempre il medesimo, che con la bella felicità della coerenza ora può sorridere al riscatto dell'umanità e ora può piegarla sotto il giogo del comando più duro. Quale, dunque, il principio che lega due conclusioni così opposte nel circuito del suo stesso sviluppo? L'interrogativo tira in gioco il grande concetto dell'eguaglianza, che per De Giovanni coincide con la natura «dell'uomo vista nella sua più semplice immediatezza». Non l'uomo ma l'uomo democratico è dominato dalla passione dell'uguaglianza, è un «ente desiderante eguaglianza». Nel sentirsi eguale agli altri, «non trovando nulla che lo distingua, diffida di se stesso non appena si sente osteggiato (...) ed è prossimo a riconoscere d'aver torto non appena i più lo asseriscono» (Tocqueville). È dunque lo stesso principio di eguaglianza, che alla fine rischia di annegare i singoli «in una magmatica totalità di eguali», che espelle da sé il diverso e l'eterodosso. Sta qui, in questa mezz'ombra ambigua, la vera difficoltà della democrazia.

 

Modulo II: "Strategie euro-mediterranee: politica, economia e dinamiche sociali"

Valeria PIACENTINI, Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano
- Il quadro geopolitico nell'area del Mediterraneo: strumenti interpretativi e chiavi di lettura
- Il ruolo della Turchia nello scacchiere geo-strategico euro-mediterraneo

Gianluca PASTORI, Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano
La politica estera italiana nel Mediterraneo

Pierpaolo GREZZI, Università di Roma "La Sapienza"
- Introduzione all'Islam (seminario)
- Introduzione al pensiero islamico (seminario)
Concetti chiave del pensiero politico dei filosofi arabo-islamici classici (seminario)

Ettore GRECO, IAI (Istituto Affari Internazionali)
La politica estera dell'Unione Europea nel Mediterraneo: scenari e prospettive

Silverio IANNIELLO, Università degli Studi di Trieste
Contratti e certezza del diritto negli investimenti nell'area del Mediterraneo

Salvatore DRAGO, Università di Messina
L'influenza del fattore religioso nelle economie mediterranee

Roberto MENOTTI
Il ruolo degli USA nel Mediterraneo dopo le cosiddette "primavere arabe"

 

Modulo III: "Il Mediterraneo e l'Europa nel mondo. Il pensiero complesso e la sfida della convivenza interculturale"

Mauro CERUTI, Università di Bergamo
La cultura europea e la sfida della complessità
La nostra crisi è una crisi di identità, è una crisi di civiltà, dei suoi valori e delle sue credenze. La nostra crisi è prodotta da molteplici crisi, vicendevolmente concatenate e intrecciate. Il pensiero che divide e isola consente agli esperti di fornire prestazioni di alto livello nei loro compartimenti. Un pensiero capace solo di separare frammenta la complessità del mondo in singoli elementi disgiunti. Distrugge ogni possibilità di comprensione e di riflessione, elimina le possibilità di un giudizio correttivo o di una veduta a lungo termine. E' un pensiero che rende ciechi e irresponsabili. Il pensiero che collega deve prendere il posto del pensiero che separa. Per pensare i problemi planetari, dobbiamo generare un pensiero del contesto e un pensiero del complesso. Dobbiamo pensare in termini planetari la politica, l'economia, la demografia, l'ecologia, la salvaguardia delle risorse biologiche, ecologiche, culturali. Vi è la necessità di un pensiero complesso che colga i legami, le interazioni, le implicazioni reciproche, che colleghi quel che è diviso, che rispetti ciò che è diverso riconoscendo al tempo stesso l'uno. E questo significa: un pensiero multidimensionale; un pensiero organizzatore capace di concepire la relazione reciproca fra il tutto e le parti; un pensiero ecologico che situi l'oggetto studiato nelle sue molteplici relazioni con i suoi ambienti; un pensiero che sappia negoziare con l'incertezza.
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Un umanesimo planetario
In un divenire plurimillenario, nuove forme di umanità si sono stratificate e sostituite.
Gli esiti futuri della condizione umana non sono inscritti di necessità in una qualche "essenza" della natura umana. Questo è un tratto costitutivo e generativo della condizione umana, della collocazione della nostra specie nella natura e nel cosmo.
Un nuova umanità è oggi in fase di gestazione. Il nostro è il tempo di un difficile apprendimento della condizione globale, della generazione di nuove relazioni sostenibili con gli ecosistemi locali e con l'ecosistema globale, della difesa e della valorizzazione del potenziale creativo delle diversità culturali.
L'antico umanesimo aveva prodotto un universalismo astratto, ideale e culturale. Il nuovo umanesimo non può che produrre un universalismo concreto, reso tale dalla comunità di destino irreversibile che lega ormai tutti gli individui e tutti i popoli dell'umanità intera, e l'umanità intera all'ecosistema globale, alla Terra. Questo universalismo concreto non oppone la diversità all'unità, il singolare al generale. Si fonda sul riconoscimento dell'unità delle diversità umane e delle diversità nell'unità umana; e, nello stesso tempo, anche sul riconoscimento dell'unità dell'ecosistema globale entro la diversità degli ecosistemi locali, e della diversità degli ecosistemi locali entro l'unità dell'ecosistema globale.

Gianluca BOCCHI, Università di Bergamo
Uniti e molteplici: la grande diaspora umana
Nella sua lunga storia la specie umana si è frammentata in tante popolazioni che si sono mirabilmente adattate ai più diversi ecosistemi del pianeta. Questi adattamenti locali solo alla base della mirabile diversità culturale e linguistica della nostra specie. Tuttavia, sin dai tempi più antichi, le varie popolazioni hanno variamente interagito e le loro interazioni hanno progressivamente costruito reti globali di scambi materiali e immateriali, sorte già con l’emergenza delle civiltà agricole e approfonditesi con l’incontro colombiano del 1492: questi due eventi possono essere a pieno titolo considerati una ‘prima’ e una ‘seconda’ globalizzazione.
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Dalla modernità alla globalizzazione: l'emergenza di una Terra patria
Oggi, nell’età della ‘terza’ globalizzazione le reti globali toccano tutti gli aspetti della vita quotidiana e interagiscono in tempo reale con i percorsi degli individui e delle collettività. Tuttavia oggi come non mai la specie umana è esposta ai due rischi contrapposti dell’omologazione e della frammentazione, che ridurrebbero di gran lunga la sua creatività dovuta proprio al sottile equilibrio fra unità e diversità che caratterizza la sua storia. Dobbiamo riflettere approfonditamente su come sfuggire a questi rischi e su come edificare una civiltà planetaria che coniughi insieme l’autonomia e le interazioni delle culture.

Sergio MANGHI, Università di Parma
Crisi della gerarchia e complessità delle relazioni sociali
Non saremmo a discutere di complessità se non si fosse verificata, nel tessuto delle relazioni sociali umane, una crisi irreversibile del principio gerarchico – repressivo per un verso, rassicurante per l'altro ¬– di organizzazione del senso comune e di regolazione dell'interazione sociale quotidiana. Questa lettura dell'origine del pensiero della complessità (di cui ho scritto anche in alcuni articoli comparsi sulla rivista on line "Riflessioni sistemiche") può essere ricavata, in particolare, dalla riflessione di tre fra i più importanti studiosi che hanno attraversato il 900 e, due di loro, anche questo primo scorcio di XXI° secolo: Edgar Morin (1921), Gregory Bateson (1904-1980) e René Girard (1923). Tutti e tre studiosi alquanto eccentrici, rispetto ai quadri disciplinari dominanti. Per semplificare, potremmo definirli in senso ampio come antropologi, a tre condizioni: a) intendere il termine "antropologia", o scienza dell'uomo, in senso ampio, come forma d'interrogazione sfidata dal mistero della "differenza umana" nella storia del vivente; b) intendere in senso ampio anche il termine "scienza dell'uomo", come modo d'interrogarsi razionalmente sull'"umano" a partire da un coinvolgimento "estetico-religioso" nel suo mistero; c) cogliere la viva origine di tale interrogazione nella crisi radicale della condizione umana che ha avuto luogo negli ultimi secoli, con una accelerazione travolgente negli ultimi decenni. Edgar Morin, non a caso, mette spesso in guardia dal rischio di appagarsi nella formalizzazione più o meno compiuta di una qualche "teoria della complessità", sottolineando, nel primo volume del Metodo, come la fonte del suo "pensiero complesso" fosse la "crisi radicale dell'umantà". E del resto, non è certo un caso che di "complessità" si sia iniziato a discutere in modo diffuso e approfondito lungo gli anni 80 del secolo scorso, anni di profonda crisi, in seguito all'esplosione collettiva delle spinte libertarie che avevano caratterizzato i due decenni precedenti (l'imagination au pouvoir), del principio d'autorità verticale vissuto come ovvio, pur in forme anche molto diverse, fin dai primordi dell'umanità.
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Cura delle relazioni e democrazia
Le nostre democrazie hanno nelle relazioni ci cura (sociale, formativa, sanitaria) un fondamento, non un supplemento. L'immaginario della cura oggi prevalente vede assegnare una potente funzione di cooordinazione sociale dei vari attori coinvolti a strumenti e saperi di ordine tecnico-organizzativo, sempre più finemente informatizzati e proceduralizzati. Dove l'agire sociale dei soggetti interagenti viene filtrato, consapevolmente o meno, dal paradigma dell'azione razionale secondo lo scopo (la "weberiana" Zweckrationalität), nell'orizzonte di una progressiva ottimizzazione delle variabili in campo. Questo tipo di immaginario della cura si è affermato nel passaggio dai sistemi di welfare dei primi decenni del dopoguerra a quelli successivi alle riforme degli anni 70 e 80 del secolo scorso. Un passaggio caratterizzato dalla crisi (irreversibile) dell'autorità simbolico-istituzionale, sostituita via via da criteri astratti di performatività organizzativo-procedurale, ovvero della crisi (irreversibile) della regolazione verticale delle interazioni, sostituita via via da una regolazione tendenzialmente reticolare, che ha come "unità di conto" sociale l'individualità orientata alla realizzazione immediata del desiderio. A tale immaginario tecnico-procedurale, il pensiero della complessità oppone la possibilità di un immaginario della cura simbolico-relazionale, orientato alla cura del senso comune e di un desiderio capace di realizzarsi nel vivo della dinamica relazionale e sociale.

Giuseppe VARCHETTA
Organizzare la complessità
Le fenomenologie organizzative contemporanee si confrontano da qualche tempo con tensioni di cambiamento che in sé possono essere definite come un "cambiamento del cambiamento".
Le organizzazioni oggi sono “assediate” da una crisi di significato che ha origini esterne ad esse, generata dalla caduta di ruolo delle agenzie (coppia, famiglia, partito, sindacato, chiesa, stato nazionale, scuola in generale, organismi associativi diversi) che nella modernità societaria consapevolmente elaboravano una significazione tendenzialmente accettabile e fruibile dai più. Lungo questa traccia le organizzazioni, rotti i confini tra mondo esterno e mondo interno ad essa si trovano a fronteggiare una duplice problematicità di senso assumendo così, talvolta non consapevolmente, un ruolo di “contenitore” rispetto a un “contenuto” in imprevedibile e incommensurabile espansione.
Una risposta a tale problematica può essere tentativamente ricercata dall’individuazione e dal percorrere punti di vista lontani se non opposti a quelli perseguiti dalle organizzazioni durante la modernità. Ci si riferisce in particolare:
a un passaggio da una prospettiva di aut/aut a una prospettiva di et/et;
a una riconsiderazione teoretico-operativa della prospettiva di servizio;
a una centralità delle relazioni nella fenomenologia organizzativa contemporanea.
Tali tre prospettive se agite contemporaneamente possono indicare soluzioni organizzative e gestionali idonee a tentare una risposta all’esperienza organizzativa dell’oggi di fronte alla sfida della complessità.
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Le competenze emozionali/sentimentali nell’organizzazione contemporanea
Viviamo una “società della conoscenza”. Tale affermazione è probabilmente quella che più accomuna i diversi interpreti della fenomenologia organizzativa contemporanea. “Società della conoscenza” rimanda alla sfida dell’intangibile e alla centralità delle conoscenze, delle capacità e delle competenze delle donne e degli uomini operanti nelle organizzazioni, come variabile strategica indipendente nei confronti della possibilità di svolgere in modo soddisfacente il compito primario prescelto dall’organizzazione.
Tutto questo rimanda alla necessità di dare una prima risposta alla questione di cosa si possa intendere oggi per “attore organizzativo”. Una risposta a tale quesito rimanda necessariamente a un corredo di competenze emozionali/sentimentali necessario, per chi gestisce i sistemi di influenza nell’organizzazione, ad una gestione efficace ed efficiente degli attori organizzativi e soddisfacente per i soggetti umani stessi implicati.